L'autonomia (finanziaria) dello stilista

Illuminante la lettera di Giorgio Armani al Corriere della Sera di sabato 2 luglio.

Con argomentazioni lucide e sobrie, con estrema serenità intellettuale, lo stilista italiano spiega perché ritiene sbagliato quotare la sua azienda in borsa.

Innanzitutto, spiega come la borsa non sia l'unica strada per la crescita e lo sviluppo di un'attività imprenditoriale. Poi argomenta chiaramente la differenza tra imprenditori e finanzieri: mentre i primi lavorano per costruire nel tempo, i secondi pensano solo al risultato immediato.

Perché, dunque, si domanda Armani, dovrei mettermi nelle mani dei finanzieri, pur avendo i mezzi e la capacità di raccoglierne di ulteriori per i miei investimenti?

La borsa imbriglierebbe l'autonomia, la progettualità, la creatività.

Una bella lezione di economia per tutti quei soloni del mercato finanziario che non sanno vedere altre ricette ad una borsa dipinta come panacea, ma che attrae solo lo 0,05 per mille delle imprese italiane.

L'economia del noi esiste

Lo consigliano in tanti, e di quelli buoni.

Vale la pena leggerlo.
Si tratta del libro di Roberta Carlini: "L'economia del noi".

Un attraversamento dell'Italia delle piccole pratiche solidali, comunitarie, ecologiste.

Per ritrovare fiducia nella società italiana.
Per dare spazio alle corde migliori dell'economia. Che non è quella dell'io, appunto.

Dal libro, poi, Roberta ha tratto anche un sito.
Per continuare a discutere e a conoscere, come "noi" possiamo fare altreconomia.

Giusy dei supermercati

Gorgheggi insensati, arrangiamenti inadeguati, canzoni uguali l'una con l'altra. In taxi, in metropolitana, al supermercato, tocca sopportare il tormentone di questa Giusy Ferreri.

L'ennesimo prodotto a scaffale di un'industria dell'intrattenimento spremitutto. Disposta anche a torturarci le orecchie con sonorità moleste.

Nulla di nuovo? Forse. Ma il sospetto è che in questo caso qualcuno pensi seriamente di offrire un prodotto di qualità, che la tipa abbia talento.

Per favore, ascoltate il Condor: la voce di Giusy Ferreri è una cagata pazzesca (che Paolo Villaggio ci perdoni per l'impropria citazione).

Ditelo anche a lei, così forse la finirà di atteggiarsi a novella Mina (sic!).

Energie rinnovabili: quello che c'è da imparare dagli Usa

Quando il popolo italiano ha spazzato via il nucleare dallo scenario strategico delle politiche energetiche dei prossimi decenni, più di un commentatore ha suonato la carica delle rinnovabili.

E qualcun altro - forse ancora sotto shock per l'esito referendario - non ha mancato di sottolineare che con le rinnovabili il Paese non coprirà mai il proprio fabbisogno energetico.

Merita allora più di una riflessione la storia di una regione Usa in cui le diverse industrie da rinnovabile sono in un tale grado di sviluppo da contendersi la fornitura totale di un fabbisogno energetico già pienamente soddisfatto.

Si tratta del Nord-Ovest degli Stati Uniti, regione che ha deciso di limitare l'approvviggionamento da energia eolica, data l'aumentata capacità dei fiumi di generarne di idrica, causa le eccezionali nevicate dei passati inverno e primavera.

Ciò, ovviamente, fa innervosire le industrie dell'eolico, che vedono minacciati i profitti derivanti dai massicci investimenti sostenuti nel passato ventennio. Ma, a quanto pare, l'agenzia federale energetica (BPA - Bonneville Power Administration) è irremovibile: occorre concentrare l'utilizzo sull'idrico per evitare un eccesso di acqua fuori dalle dighe, nonchè per proteggere il ciclo di riproduzione dei salmoni, fortemente presenti nel fiume Colombia.

Investimenti, concorrenza, regia pubblica forte e rigorosa: ricetta semplice per avere il meglio dalle risorse naturali. Dalla quale, purtroppo, l'Italia è molto distante.

Acqua, referendum e sinistra trinariciuta

Qualcuno non la dice tutta, e molti hanno le idee confuse.

Qual è l'effetto del secondo quesito referendario affermatosi nell'ultima tornata elettorale? In sostanza viene resa illecita la remunerazione del capitale investito.

Cioè, da che mondo è mondo, da che azienda è azienda, da che bilancio è bilancio, del capitale proprio degli azionisti. Non si devono cioè distribuire dividendi, quella quota di utili che finiscono nelle tasche degli azionisti in proporzione al capitale detenuto.

Nulla vieta però che la gestione dell'acquedotto finisca in utile (faccia profitti) se questi verranno reinvestiti nell'azienda. È ciò che accade in ogni (sana) organizzazione nonprofit.
O nelle imprese cooperative, con poche differenze di dettaglio.

Per questo, nessuno può aspettarsi che dal successo di quel quesito referendario si determini un'automatica riduzione delle tariffe. Potrebbe essere un eventuale effetto, senza dubbio, ma non è affatto scontato, dipendendo da una pluralità di fattori: assetto proprietario, livello di indebitamento, efficienza gestionale, andamento dei volumi, eccetera eccetera.

Allora le polemiche in corso sulla gestione dell'Acquedotto pugliese risultano quanto mai bizzarre: perché non si capisce se siano mosse da profonda incomprensione rispetto a quanto appena detto o da malafede.

Trattandosi di discussione tutta interna alla peggiore (nel senso di iper-trinariciuta) sinistra c'è da aspettarsi che, ainoi, entrambi i citati fattori stiano agendo contemporaneamente.
I risultati non potranno che essere pessimi. Per la sinistra ciarlatana (c'è da augurarselo) o per l'Acquedotto pugliese (e sarebbe un peccato per i poveri abitanti del tavoliere). Oppure, al peggio, per entrambi.

Ovviamente, il tutto mentre i veri speculatori, senza che nessuno se ne accorga, già stanno tramando su come aggirare, loro sì, il dettato normativo.