La fatica della cooperazione in finanza

Non sono tempi facili per l'economia cooperativa. Stritolata tra un'ideologia capitalista sempre più volgarotta e massiva e crisi reale, molto reale, anche la cooperazione attraversa un periodo duro. Al quale contribuiscono alcune delle perversioni del suo stesso modello, che non sempre sono state corrette quando sarebbe stato possibile. Tra queste, certamente, il caso delle banche popolari è uno dei più eclatanti.

Così, per l'opinione pubblica diffusa, l'mmagine della cooperazione viene associata a quella delle vicende di un complesso carrozzone quale Banca Popolare di Milano. Qualche opinionista ne approfitta per vomitare tutto il suo risentimento verso la "forma cooperativa" in generale, confondendo capre con cavoli.

E addirittura la Banca d'Italia, pare, chiede al Cda della banca di "tirare fuori i lavoratori dalla gestione della cooperativa". Come a dire: trasformiamola in s.p.a. Come e a dire: così sì che si risolvono i problemi di governance.

Ma Ponzellini, lì, chi ce l'ha messo? i dipendenti della banca? o - come hanno scritto tutti i giornali ai tempi - una politica invasiva, con a capo il ministro Tremonti?

E la forma s.p.a. (con risultati a due cifre nel conto economico) ha forse salvato Alessandro Profumo dall'ingerenza della politica in Unicredit?

Insomma, se qualche sindacalista furbetto e un po' di dipendenti fannulloni riescono a tenere in scacco un'assemblea forse il problema non è nella forma cooperativa, ma nel modo in cui essa si realizza. Rivedere i regolamenti assembleari. Favorire la partecipazione di tutti i soci. Introdurre forme innovative di voto e intervento in assemblea. Queste sono le soluzioni per migliorare la governance di una cooperativa.

Non trasformarla coattivamente, o de facto, in una s.p.a.
Tempi duri per l'economia cooperativa. Soprattutto se vuole occuparsi di finanza.

Antonio Ricci è un coglione

Non è politicamente corretto dirlo. Ma lui, che è spiritoso, perdonerà il Condor.

Ritengo sul serio che il mito di Antonio Ricci come uomo di sinistra prosperato alla corte di Berlusconi sia una sonora stronzata. Non sta in piedi.

Semplicemente perché è falsa la premessa: Ricci non è di sinistra, almeno non nel profondo. Non di più dei "compagni" Fini o Ferrara.

Ogni volta che qualcuno lo intervista, dietro i sorrisetti, sotto le allusioni, in fondo ai giri di parole, non c'è nulla, null'altro che vanagloria e un penoso egocentrismo. Non diverso da quello degli adolescenti cui in media - non a caso - in gran parte si rivolge con le sue trasmissioni, da Drive in a Striscia.

Nulla di male. Beato lui che è riuscito a fare i soldi continuando a cazzeggiare come in terza media. E meno beati noi che abbiamo subito le sue trasmissioni sempre più involgarite e "tele-promozionali". Ma di questo lui non ha colpe. È stato strumento di chi, sopra di lui, lo ha usato prima per fare i soldi poi per ubriacare il popolo.

Lui continua a pensare, e a raccontare, di averlo "fregato". E ciò non lascia più dubbi.
È proprio un coglione.

Anche l'impresa sociale è in crisi

Non solo Ftse Mib e spread bot/bund. Anche gli indici dell’impresa sociale virano verso il basso, dopo vent’anni di crescita ininterrotta. Secondo i dati dell’Osservatorio Isnet – che da cinque anni monitora un panel di 400 imprese che producono beni di interesse collettivo nel campo del welfare e dell’inclusione sociale – cresce la quota delle organizzazioni sociali che si percepisce in una fase critica: dal 15% al 39% nel triennio 2007 – 2010.

E’ finito un ciclo – sostiene Carlo Borzaga, economista trentino e Presidente di IRIS NETWORK– quello basato su un rapporto fin troppo stretto con gli enti locali per la fornitura di servizi di welfare pubblico. Ci vuole un nuovo start up dell’impresa sociale che passa attraverso il rinnovamento del ruolo e delle competenze di chi intraprende in questo campo.

Gli imprenditori sociali devono puntare a rafforzare le loro competenze di relazione, con maggiore attenzione a nuovi portatori di interesse: imprese for profit, famiglie e utenti dei servizi. E poi più capacità di posizionarsi entro nuovi mercati, dipendendo non solo dalle gare d’appalto pubbliche. Infine un utilizzo più consistente di sistemi informativi e tecnologici, per rendicontare il proprio valore aggiunto sociale a una molteplicità di attori non solo da informare, ma da coinvolgere nella produzione dei servizi. Una vera e propria ”economia del noi” come si intitola il successo editoriale di Roberta Carlini. [...]

La campagna 005 insiste, sulla scia di Sarkozy

Tassare le transazioni finanziarie. Giusto.
Tassarle tutte? Non ha senso. Perchè non sono tutte uguali. Anzi, così si penalizzano quelle migliori, più vicine all'economia reale. Si pensi alla sottoscrizione di azioni di una start-up o all'acquisto di quote di capitale sociale di Banca etica.

Eppure la campagna 005 continua a sostenere questa proposta, addirittura accodandosi a Sarkozy e Merkel, che non sembrano proprio dei campioni di equità. E che hanno i loro buoni interessi a buttare fumo nell'opinione pubblica inviperita con le banche e affannata dalla crisi.

Il dibattito è anche su Sbilanciamoci.info...

Anche gli squali (del private equity) piangono

Non è mai decollato in Italia, il private equity. E quel poco che era partito negli ultimi anni è stato spazzato via dalla crisi.

Poco male per la cattiva gestione di chi pensava solo a far guadagni facili, spremendo aziende sane.

Così, non intristisce troppo la notizia che la Banca d'Italia ha revocato l’autorizzazione all’esercizio dell’attività nei confronti della “Investimenti e Sviluppo SGR”, ponendola in liquidazione coatta amministrativa.

Brutti tempi per tutti, questi, anche per gli squali...