Familismo doloroso

Per il coraggio delle persone che ci lavorano. Per la ruvidezza dei toni di Gino Strada, che mi dà ossigeno contro il vellutato linguaggio della sinistra di questi tempi. Per la forza dei diritti umanitari da promuovere. Ad ogni costo.

Per questo, però, mi fa male vedere che la presidente di Emergency è Cecilia Strada.
Figlia di Gino.

Un po' come gli Agnelli, i Colaninno, i Guidi, i Moratti, i Berlusconi, i Bossi...

Il familismo, l'immobilismo sociale uccidono questo paese.
Mi fa male vedere che anche una bella cosa come Emergency ci caschi così vistosamente.

Ah bé, sì bé, ah bé, sì bé, ah bé...

Bossi vuole prendersi le banche, dice. Dice che lo vuole fare perché glielo chiede la gente.

Povero Re, e povero anche il cavallo, cantava Iannacci.

L'ex capo della vigilanza della
Banca d'Italia, Francesco Frasca, ricorda come ''disastrosa''
l'ispezione avvenuta a suo tempo all'interno della
CrediEuronord, la Banca della Lega di Umberto Bossi. E' quanto
emerso nel corso dell'interrogatorio all'ex funzionario di
Palazzo Koch sul tentativo di scalata all'Antonveneta, durante
il quale il Pm Eugenio Fusco ha chiesto qualche chiarimento
sulla breve storia dell'istituto poi 'salvato' dall'allora
Popolare di Lodi di Gianpiero Fiorani.

Frasca ha cosi' ricordato che, in seguito all'ispezione,
''era stato detto di procedere con un'aggregazione o con il
commissariamento e quindi la liquidazione''. L'ex capo della
vigilanza ha poi sottolineato i contatti tra lui e Giancarlo
Giorgetti della Lega (allora presidente della Commissione
Bilancio della Camera) per mettere a punto un piano di
salvataggio della banca.

Povero Re, e povero anche il cavallo, cantava Iannacci. Ancora.

In particolare, Frasca ha ricordato come, dopo il fallimento
delle trattative volte a trovare un accordo con la Popolare di
Milano e il no di Banca Sella che aveva effettuato una due
diligence dalla quale era emersa la ''presenza di troppi fondi
rischiosi'', si era fatto avanti Fiorani che poi nel 2004
assorbi' la banca nel gruppo Bpi.

Si sa come andò a finire.

Povero Re, e povero anche il cavallo.

Ah bé, sì bé, ah bé, sì bé, ah bé...

Non me ne può fregare di meno

Santa madre chiesa ha deciso di perdonare i Beatles, dice l'Osservatore romano.

Di che?

che nel 1966 John Lennon disse "siamo più famosi di Cristo"?

o che nei '70 cantava "I don't believe in god, I just believe in me..."?

Non si sa. Ciò che conta è la reazione di Ringo Starr, che ha
commentato: "Non me ne può fregare di meno".

Meno male. Non tutti i miti crollano...

La Polverini, la legalità, la mafia e Fondi...

L’Italia è il Paese che gli italiani meritano. Dopo le elezioni regionali la (mia) convinzione inossidabile diventa ancor più certezza granitica.

Prendiamo il Lazio. E prendiamo Fondi (Latina). Una regione e un comune ad alta densità mafiosa (lo dicono i magistrati e gli inquirenti, oltre a molti politici). Come sapete al Lazio e a Fondi ho già dedicato decine di inchieste tra Sole-24 Ore quotidiano, Radio24 e questo umile blog (si vedano, da ultimi i post del 28 gennaio, del 14 aprile e del 4 agosto 2009). Ora – a urne chiuse e a uovo di Pasqua digerito – torno a parlarne. Magari a qualcuno l’ovetto tornerà su. Pazienza.

LA PAROLA NON PRONUNCIATA: MAFIA

Renata Polverini – ex sindacalista inciampata in qualche problema di lettura dei numeri delle tessere sindacali – è il nuovo Governatore. Bene. Brava. Bis? E chi lo sa?

Non si è neppure insediata ma – per quanto mi riguarda – già la rincorsa alla vittoria era partita con il piede sbagliato. Fregandomene (come sapete) dei colori politici per i quali provo autentico e indistinto disgusto, la mia chiave di lettura ruota, ovviamente, sempre intorno ai temi della legalità e dell’aggressione alle mafie e ai loro patrimoni. Condizioni imprescindibili per lo sviluppo sano di un territorio ma, evidentemente, all’ex sindacalista pur cresciuta a comizi e assemblee, il dettaglio deve essere (momentaneamente) sfuggito.

Vedete, da giornalista cresciuto con il mito dei grandi giornalisti (irraggiungibili per me) ho il viziaccio di passare giorni e notti a leggere documenti magari per scrivere solo un post. Ebbene, ho letto le 48 interminabili pagine del suo programma di governo 2010-2015, che contiene 60 dettagliatissimi impegni. Non ci crederete: in quel programma – dove pure l’urgenza è dedicare un paragrafo alla “people production” (?!) - non compare mai la parola mafia e, ovviamente, il relativo impegno a combatterne i disvalori di inquinamento costante e perenne della società civile laziale.

La parola legalità compare per la prima e unica volta a pagina 17, la parola illegalità è sconosciuta (evidentemente nel Lazio nel rispetto dei Santi non si delinque) mentre la parola criminalità (senza l’inutile appendice di “organizzata” perché, si sa, nel Lazio la disorganizzazione delle mafie regna sovrana) compare al punto 47 degli impegni di governo, sotto il titolo: “Città sicure, territorio, mobilità e qualità della vita” (tutto insieme appassionatamente). Ebbene, ecco cosa dice sul punto (riporto integralmente, abbiate pietà):

47. UNA REGIONE SICURA

“La domanda di sicurezza dei cittadini necessita di una risposta coerente e sistematica da parte delle istituzioni. La Regione deve realizzare un sistema integrato, non solo sul piano delle competenze istituzionali, ma soprattutto su quello del territorio, per evitare che la criminalità e la percezione di insicurezza siano diverse da provincia a provincia. Negli ultimi anni le politiche regionali per la sicurezza sono state concepite in termini tradizionali di sussidio e di supporto finanziario ai progetti locali ed in termini di partecipazione ai tavoli interistituzionali con le Autorità centrali. La Regione Lazio può e deve fare molto di più per garantire omogeneità e stabilità al sistema di sicurezza del territorio. E’ necessario che la Regione assuma iniziative che le conferiscano una nuova centralità e che mirino alla realizzazione di un effettivo “sistema integrato di sicurezza”. Programmazione delle politiche, armonizzazione degli obiettivi da raggiungere, coordinamento delle iniziative sul territorio, apertura di una conferenza permanente tra e con le autorità locali, costituiscono allora i punti cardine di una nuova politica regionale sulla sicurezza, elaborata tanto sul piano legislativo, quanto su quello amministrativo”.

47. MORTO CHE PARLA

Più che un punto 47. “Una regione sicura”, a me sembra piuttosto un punto 47. “Morto che parla”. A parte che sfido chiunque a capire che cosa abbia voluto dire in italiano chi ha steso questo punto, a parte che chiamo in causa l’Accademia della Crusca per capire cosa voglia significare: “…evitare che la criminalità e la percezione di insicurezza siano diverse da provincia a provincia…” (forse che i laziali debbono avere paura tutti allo stesso modo?), come vedete non una sola volta in tutto il programma si parla di bisogno (primario) di legalità e di lotta alle mafie. In primis alla ‘ndrangheta che come sapete sta mangiando parti intere della capitale ma, sullo stesso livello, la camorra che sta divorando la provincia di Latina.

Zero carbonella. Neppure nel forum del suo sito Internet (che pure ho spulciato con meticolosità da certosino) ho trovato un solo accenno da parte degli elettori di Polverini alla voce sicurezza. In tutto 45 commenti (sigh!) il più interessante dei quali è una lettera di non meglio precisati poliziotti del commissariato di Tor Pignattara che scrivono alla governatrice in pectore il 1° marzo alle 14.52 sui temi della sicurezza in quel quartiere e al rischio che chiudano i battenti in nome del risparmio. Risposte a questo tema vitale e concreto: nel forum non ne ho viste ma forse non so leggere. Questo, ovviamente, non vuol dire che Polverini non abbia a cuore i temi della legalità e lotta alle mafie, ci mancherebbe, ma le parole scritte su un programma, oltre che i fatti, sono l'unica chiave di lettura di cui al momenti dispongo.

Qualcuno mi dirà: ma perché non fai le pulci anche alla candidata perdente Emma Bonino? Detto fatto, anche se una cosa voglio premetterla: la critica deve stimolare il vincitore e non il perdente. A lui (in questo caso lei) l’onere della prova: dimostrare di avere le carte in regola per governare, a partire dalla qualità sui temi in cui si misurerà il governo della cosa pubblica. Nella qualità dei temi la lotta alle mafie è imprescindibile. E’ come l’aria che si respira.

Ebbene la faccio breve: Bonino in un altrettanto stucchevole, onnicomprensivo, interminabile programma di 54 pagine suddiviso in 20 noiosissimi punti, almeno già nelle premesse diceva chiaro e tondo quanto segue: “legalità, trasparenza e progettualità: i tre criteri ispiratori della politica regionale”. Tanto? Poco? Boh, almeno qualcosa. E nell’appello elettorale si diceva dopo appena due righe che oggi la democrazia “è aggredita dall’illegalità…”. E, infine, nel punto programmatico in cui Bonino parlava di “Sicurezza, prevenzione e legalità”, c’è la declinazione di una serie di misure: dai protocolli di legalità, alla trasparenza degli appalti e al relativo monitoraggio, per finire con un piano di riutilizzo dei beni confiscati alla mafia.

Insomma: meglio che niente…meglio, anche se le chiacchiere sono chiacchiere e i fatti un’altra cosa. E nel caso di Bonino non avremo mai la controprova se erano solo chiacchiere. Il distintivo, infatti, non lo ha e non lo avrà più.

E dire che Polverini (così come Bonino) avevano intrecciato la contesa elettorale a partire dal tema della sanità, i cui legami con l’illegalità e la criminalità sono talmente evidenti che la sponda (se solo la si fosse voluta trovare e cercare) sarebbe stata lì a portata di mano.

LA RELAZIONE DELLA DNA E IL RAPPORTO NASCOSTO

I laziali avevano conosciuto – sul tema legalità – le mirabolanti avventure di Piero Marrazzo. Molti di voi ricorderanno che lo avevo apertamente sfidato (attraverso i miei articoli su Sole-24 Ore, la mia trasmissione su Radio24 “Un abuso al giorno” e questo blog) a diffondere e rendere noto il rapporto sulle mafie che aveva commissionato all’Osservatorio sulla legalità. Risposte: zero. Marrazzo se ne fregò tre quarti e – a oggi – i risultati di quel lavoro sono sconosciuti ai laziali. Polverini le faccio una proposta: vuole spedirmi quel rapporto? Giuro che lo pubblico io per intero sul mio blog (uno strumento in più di diffusione) e lo commentiamo insieme. Del resto questo blog a questo serve: criticare e dialogare con un impegno: costruire nel rispetto dei ruoli e non distruggere.

In attesa di tanta grazia, eccovi in esclusiva la sintesi dei sostituti procuratori nazionali antimafia Roberto Alfonso e Diana De Martino (finora rimasta nei cassetti della Direzione nazionale antimafia) che traggo dalla lettura del rapporto di fine 2009 della Dna (ed è solo la sintesi, figuratevi la relazione per intero che ho avuto il dispiacere di leggere…)

“…nell’ultimo anno infatti, penetranti inchieste giudiziarie hanno evidenziato l’interesse delle consorterie mafiose a costituire articolazioni logistiche nel Lazio e soprattutto a Roma, e ad utilizzare le opportunità economico-commerciali per il reinvestimento di profitti illecitamente accumulati o per l’avvio di attività imprenditoriali.

In particolare il territorio romano sembra essere stato scelto dalle organizzazioni criminali per proficue iniziative finanziarie, volte ad occultare i patrimoni illeciti attraverso sofisticate iniziative, che rendono particolarmente complessa l’azione di contrasto. Proprio le indagini svolte dalla Dda hanno consentito di accertare che alcuni dei più noti locali romani fossero gestiti da prestanome di Alvaro Vincenzo di Cosoleto.

Sempre sul versante romano, l’indagine nata dalle dichiarazioni di Giuliano Salvatore ha evidenziato la presenza, nel quartiere Esquilino, di un gruppo camorrista che aveva realizzato il controllo di tutto il settore dell’imprenditoria commerciale cinese.

Per quanto riguarda la criminalità negli altri circondari, si sottolinea come l’inchiesta giudiziaria su Fondi abbia messo in luce il controllo esercitato dai fratelli Tripodo - appartenenti alla ‘ndrangheta e soci occulti di alcune imprese di ortofrutta - sul Mof, sia decidendo quali operatori commerciali potessero accedere al mercato, sia rapportandosi ai concorrenti e ai debitori con il metodo mafioso.

La medesima inchiesta ha accertato la penetrazione del sodalizio diretto da Tripodo nell’amministrazione comunale: ed infatti, a fronte del patto elettorale stretto da Izzi Riccardo (assessore ai LL.PP., risultato primo degli eletti) con tale consorteria criminale, le imprese ad essa riconducibili erano sistematicamente individuate, in assenza di evidenza pubblica, quali contraenti del Comune.

Nel circondario di Latina una recente inchiesta ha evidenziato la presenza di un gruppo criminale, particolarmente violento, legato alla famiglia Schiavone dedito ad estorsioni. A Cassino, è stata sbaragliata l’organizzazione camorrista capeggiata da Gennaro De Angelis dedita ad una imponente attività di importazione e commercializzazione di autovetture estere, destinata a realizzare ingenti guadagni attraverso collaudate metodologie criminali.

Si conferma anche per quest’anno l’espansione in tutto il distretto del traffico degli stupefacenti, a cui un numero sempre maggiore di associazioni criminali locali si dedicano, in collaborazione con i gruppi criminali stranieri (soprattutto colombiani e nigeriana) e con i gruppi mafiosi di origine meridionale.

Il Lazio, a riprova della diffusione delle sostanze stupefacenti, detiene il triste primato di aver avuto, nel 2008, il maggior numero di decessi per droga (87 casi). La Dda ha recentemente riservato particolare attenzione al settore del contrasto patrimoniale alle organizzazioni mafiose. Nel periodo in esame la Dda di Roma ha avanzato 22 proposte di applicazione di misure di prevenzione patrimoniale ex legge n.575/1965 che hanno portato a provvedimenti di confisca di patrimoni di ingente valore. Inoltre, ogni richiesta di misura cautelare personale è accompagnata, quando le indagini evidenziano la disponibilità di beni da parte degli indagati, da una misura cautelare reale finalizzata alla confisca penale o alla confisca ex art. 12-sexies.

Per quanto riguarda poi l’attività di collegamento investigativo presso la Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, si rappresenta che lo sviluppo delle indagini e l’andamento dei processi in fase di giudizio sono stati seguiti da questo ufficio sia partecipando alle riunioni che si sono svolte presso la Dda di Roma, sia attraverso incontri con i singoli magistrati. In tal modo la Direzione Nazionale Antimafia è sempre stata in possesso di notizie aggiornate sulle indagini, potendo così segnalare l’esistenza di indagini collegate con altre in corso presso altre Direzioni distrettuali, e procedere, se necessario, alle opportune attività di coordinamento. Tra queste si segnalano quelle curate nei procedimenti riguardanti le infiltrazioni mafiose nel mercato ortofrutticolo di Fondi e in altri mercati, nei procedimenti riguardanti la penetrazione delle organizzazioni calabresi nelle imprenditoriali romane, nei procedimenti riguardanti il narcotraffico attuato da organizzazioni serbo-montenegrine”.
IL CASO DI FONDI

E chiudiamo come la Direzione nazionale antimafia chiude: Fondi e il suo mercato ortofrutticolo. A Fondi la camorra e la ‘ndrangheta si respirano più dell’aria e il consiglio comunale, guidato dal Pdl, è tornato alle elezioni non perché sciolto, come pure avrebbe dovuto essere a detta dell'ex prefetto e di migliaia di osservatori, per infiltrazioni mafiose, ma perché il senatore del Pdl Claudio Fazzone aveva preferito le dimissioni dei consiglieri della coalizione, oltretutto stanco di un lungo tira-e-molla che aveva coinvolto anche il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, accusato da molti di difendere la coalizione in vista delle imminenti elezioni regionali.

C’è poco da aggiungere – rispetto a quanto scritto dai magistrati antimafia e rispetto a quanto, con dovizia di particolari ho scritto io nel recente passato nelle mie inchieste su Fondi e il suo mercato – se non alcune cose.

Non mi risulta che mai né la Polverini né Bonino abbiano affrontato questo drammatico tema nel corso della loro campagna elettorale. Magari sbaglio e sono pronto a correggermi. Anzi. Latina Oggi - quotidiano della provincia che si dichiara indipendente e a quanto mi risulta fa capo a tal Giuseppe Ciarrapico, indimenticato personaggio della Prima Repubblica, a quanto sintetizza Wikipedia entrato e uscito dalle patrie galere, assolto, ma anche condannato in via definitiva diverse volte, la cui definizione storica nell’enciclopedia internettiana Wikipedia che ne ha tratteggiato la biografia è riassunta in “tra fascismo e andreottismo”, eletto infine come senatore nel 2008 nelle file del Pdl – il 15 gennaio spara a pallettoni tipografici. Quel giorno titola: “Gaffe Polverini – La candidata alla presidenza del Lazio si chiede: Fazzone chi? – Evidente amnesia – Solo sei giorni fa Renata era seduta accanto al leader del Pdl a Latina”.

Pochi giorni prima una domanda di una collega del Riformista, Tonia Mastrobuoni - che le chiedeva conto se non fosse imbarazzata dalla presenza di Fazzone nella sua coalizione, visto le sue prese di posizione sul caso Fondi che non è stato sciolto per mafia a dispetto dei Santi e delle evidenze dell’(ex) prefetto Bruno Frattasi - Polverini aveva perso le staffe e rimandato al sito del Pdl per aver maggiori dettagli. Per raccomandazioni all’interno di una Asl, informa sempre Latina Oggi il 17 febbraio, Fazzone sarebbe nuovamente indagato.

Credibile che Polverini non sapesse chi è Fazzone? Assolutamente no. Anche i sassi sanno a Roma chi è Fazzone, ex poliziotto, nella scorta dell’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino, ex presidente del consiglio regionale nel 2000, poi senatore nel 2006, confermato nel 2008, stravotato a Latina e provincia. Ma Polverini si sveglierà successivamente, in tour elettorale. Ecco la cronaca di Andrea Palladino sul Manifesto del 14 febbraio. “L’entusiasmo dei fans di Fazzone è scattato, però, quando il candidato sindaco ha attaccato chi ha scritto e raccontato le storie delle cosche e delle mafie di Fondi: «Ho sentito il peso di due anni di insinuazioni, scritte e raccontate – ha concluso il suo intervento De Meo – che mi hanno lasciato amarezza». Renata Polverini sorride, guarda il pubblico sapendo che è da qui, da Fondi, dal clan del Ras che oggi siede al Senato che potrà venire il pacchetto di voti che contano, che possono compensare quelli del Pdl romano, da ieri ufficialmente persi dopo la decisione finale dei magistrati.
Guardando il migliaio di persone che sedevano davanti a Fazzone e a Polverini si riesce a percepire il peso che il senatore fondano ha costruito con cura maniacale. Nel 2000 e nel 2005 già era stato il consigliere regionale più votato d’Italia, superando ampiamente le 30.000 preferenze. Ci sono intere famiglie, organizzate, che obbediscono al comando dei galoppini elettorali. Sanno quando applaudire, quando alzare le bandiere, quando gridare il nome del loro lider. Intorno c’è un imponente sistema di sicurezza, body guard muscolosi, con auricolare, attenti a mantenere un ordine perfetto. Ci sono poi le società che curano gli allestimenti, con una curiosa regia video, dove capeggiava il logo della Regione Lazio sui monitor. Forse Fazzone si sente già dentro il palazzo del consiglio, o magari assessore di peso. O forse è un logo messo solo per mostrare che il traguardo è vicino.
E’ ora di cena quando tutti escono. Renata Polverini ha finito il suo intervento, evitando accuratamente le parole sulla legalità violata con il mancato scioglimento della giunta Parisella. Claudio Fazzone saluta, bacia, risponde, stringe le mani. Guarda chi c’è, misura il peso che ancora mantiene nella città. E sa che Renata Polverini non potrà fare a meno di lui e dei voti pesanti della città di Fondi”.

Se lo sanno a Roma, figuriamoci a Latina dove in pratica a destra non si muove foglia che lui (politicamente) non voglia. A Fondi il Pdl, di cui Fazzone è coordinatore provinciale non ha vinto: ha stravinto. Anche personalmente Fazzone ha vinto: con 28.817 voti è stato il più votato per il consiglio regionale laziale, anche se si lamenta….

PEDICA: COMUNQUE SIA ANDATA E’ UN (IN)SUCCESSO…

A Fondi ha votato una percentuale bulgara: l’81,50% dei 25.438 aventi diritto. Salvatore De Meo, candidato per il centro-destra, ha preso il 55,60% dei voti: eletto senza passare per il ballottaggio. Maria Civita Paparello, che correva con il centro-sinistra ha preso il 22,21% dei voti.

Ma l’exploit è stato quello del candidato sindaco per l’Italia dei valori Stefano Pedica. Ma sì, ricordate quel Pedica, senatore, capo della segreteria politica dell’Idv, segretario regionale nel Lazio del suo partito, quello che il 24 luglio 2009 aveva interrotto la conferenza stampa del ministro all’Istruzione Mariastella stellina Gelmini per gridare la sua rabbia contro il mancato scioglimento di Fondi, quello che la settimana dopo con altri due colleghi dell’Idv aveva occupato per lo stesso motivo la sala stampa di Palazzo Chigi, quello che aveva strillato come un’aquila fuori del Parlamento chiedendo lo scioglimento per mafia del Comune di Fondi?

Sì proprio lui! Quello che voleva un magistrato alla guida del Mof e un prefetto all’assessorato comunale alla legalità a Fondi! Un pazzo, un pazzo, solo un pazzo può chiedere questo…Ma come? A Fondi, dove le cosche calabresi Gullace e Tripodo (solo per fare i primi due cognomi che mi vengono in mente) godono e fanno affari da mane a dì, dove il clan dei Casalesi sverna che è un piacere! A Fondi, dove anche in piena campagna elettorale sono stati sequestrati beni a un clan camorristico! Ma Pedica! Pedica! Ma mi facci il piacere Pedica!

Il suo è stato un (in)successo straordinario (alla fine di questo post vedrete i numeri) che la dice lunga sulla sensibilità al tema delle mafie di questo Paese.

Bene. Sono andato a leggermi i programmi di questi tre candidati sindaci a Fondi.

Il programma di 9 pagine di De Meo (“Io sì, con voi”, chissà che cosa avrà voluto dire n.d.a.) non contiene neppure un-accenno-uno ai temi della pervasività delle mafie, dell’illegalità diffusa sul territorio, dei condizionamenti della camorra e della ‘ndrangheta sull’economia, sugli attentati che perseguitano gli imprenditori fondani. Zero carbonella. De Meo è ex assessore all’Urbanistica. Questo è, secondo Andrea Palladino che ne ha scritto sul Manifesto del 14 febbraio, quanto avrebbe dichiarato De Meo nel corso di un comizio: «Dobbiamo rivedere, con l’aiuto della Regione Lazio, gli usi civici della zona del litorale». “Ovvero – scrive Palladino - quel pezzo di costa che in tanti vorrebbero pronta per speculazioni edilizie milionarie, dove, fino ad ora, la Regione Lazio ha tutelato quello che ancora rimane del paesaggio straordinario di questo pezzo di Mediterraneo”. Sono certo che De Meo smentirà questo losco presagio di un giornalista “comunista”.

Il programma della Paparello almeno un passaggio, forte, lo aveva. Eccolo: “1) Piena collaborazione con la Procura, la Prefettura, la Questura e le forze di polizia provinciali per difendere con fermezza il nostro territorio. Il livello di infiltrazione malavitosa nel tessuto urbano è preoccupante e richiede decise iniziative istituzionali a partire dall’amministrazione comunale, a tutela del sano tessuto sociale fondano; 2) Riorganizzazione dell’apparato comunale secondo rigorosi criteri di rispetto delle norme amministrative, di efficienza e di trasparenza per ridare piena dignità ed equità di trattamento a tutti i cittadini; 3) Destinazione a scopi sociali dei beni confiscati alla mafia sul nostro territorio, di concerto con l’Agenzia Regionale”. Meglio che niente…meglio. Ammesso e concesso che – come sempre – si tratta di parole, parole, parole…Ma l’Oscar dell’”ignorante” durante questa campagna elettorale a Fondi se lo è aggiudicato proprio Pedica. Oh gia!

Ma cosa gli avrà detto mai il cervello a Pedica che voleva andare a fare un comizio elettorale al Mercato ortofrutticolo (il Mof oggetto di inchieste continue da parte della magistratura per le continue accuse di infiltrazioni ‘ndranghetistiche e camorristiche all’interno e all’esterno)! Ecco come gli hanno rotto le ossa (verbalmente parlando) a Pedica per quell’improvvida e indegna provocazione all’illibatezza e integrità morale di certi fondani: “Ringrazio le persone che non mi fanno andare al Mof – sarà costretto ad annunciare ai media locali - che hanno pensato di minacciarmi, perché facendo questo dimostrano che quello che noi diciamo da più di un anno su Fondi è vero. Io sono un candidato di rottura. Di rottura di un sistema che va smantellato e che solo i cittadini possono fare tramite il voto”.

Pedica, di sicuro, ha rotto…Ha talmente rotto che ha preso 175 voti, pari allo 0,70% e l’Idv si è fermata a 103 voti, pari allo 0,42%. Più rottura di così….E poi c’è chi dice che nel Lazio, a Roma e a Fondi esiste la mafia…Disinformati, ecco cosa siete, disinformati!


p.s. Dimenticavo un piccolissimo particolare: secondo voci ricorrenti Claudio Fazzone è un serio candidato al ruolo di assessore regionale alla Sanità della Regione Lazio.

p.p.s. Bruno Frattasi, il prefetto che aveva osato scrivere di infiltrazioni mafiose nel consiglio comunale di Fondi con un “appunto” di 500 pagine che si concludevano con la richiesta di scioglimento, è stato rimosso e promosso: dal 10 dicembre è Direttore dell’ufficio per il coordinamento e la pianificazione delle Forze di Polizia al Viminale.


Dal blog di Roberto Galullo

L'affruntata e i veri sfrontati

L'affruntata, celebrata nel paesino calabrese di Sant'Onofrio, è diventata simbolo della lotta alla 'ndrangheta dopo la decisione di impedire alle “persone chiacchierate” di portare le statue in processione e le intimidazioni ricevute dal priore della confraternita.

"Una processione non deve diventare simbolo della lotta alla criminalità ma certo un segnale forte è stato dato”, dice Don Vattiata, che non condivide la lettura di chi parla di un successo a metà, di molta gente rimasta a casa per paura.

“La paura – premette Don Antonino - è un sentimento normale: non mi sento di condannare i santonofresi che ieri non sono venuti in piazza. E' normale in un territorio permeato da una criminalità che è spavalda, arrogante e che per esempio ha minacciato anche me negli ultimi giorni per l'attività che svolgo con Libera. Rimane il fatto – prosegue Don Vattiata - che la piazza ieri era piena così come avviene ogni anno. Anche la chiesa era affollatissima. Non solo, abbiamo ricevuto l'abbraccio e l'incoraggiamento ad andare avanti anche da parte della gente semplice, degli anziani, delle persone che comunque hanno sfidato a viso aperto, partecipando alla processione, certe logiche mafiose. Per me il risultato è positivo, la maggioranza delle persone non ha ceduto alla paura”.

Il difficile – secondo il prete di Libera – arriva adesso: il rischio è che, spenti i riflettori dei media nazionali, tutto torni come prima e il segnale positivo si ripieghi su se stesso. Peggio: “Non sono da escludere rivendizioni o rappresaglie: l'attenzione deve rimanere massima oggi, domani e tutti i giorni a venire”. La tentazione da parte dello Stato centrale, invece, può essere quella di chiudere gli occhi, di disinteressarsi di Sant'Onofrio, del vibonese e di tutta la Calabria: “Le intenzioni del prefetto di Vibo Valentia, Luisa Latella – argomenta don Vattiata - sono assolutamente buone ma da sola può risolvere poco. Qui c'è un altro problema: il governo centrale dov'è? Lo Stato a livello verticistico dov'è? Perché, a seguito di questi fatti, non sta potenziando l'organico della Magistratura e delle forze dell'ordine? Perché non fa un discorso serio per Vibo Valentia come accade per Caserta o Reggio Calabria?”.

Interrogativi pesanti come pietre.

Geronzi e Generali, la fase buia del paese continua...

Alla fine ce l’ha fatta. Dopo settimane di gossip finanziario e di smentite dello stesso interessato, Cesare Geronzi sarà il nuovo presidente del Gruppo Generali. Questo almeno ha deciso Mediobanca, principale azionista del colosso assicurativo.

Tralasciamo considerazioni sui giochi di potere, le relazioni personali, le simpatie e le antipatie che serpeggiano nei piani alti della finanza, di cui sono piene le pagine dei giornali. Va da sé che in quella posizione Geronzi saprà meglio difendersi dalla sue beghe giudiziarie, se per caso dovesse andare in porto la condanna per bancarotta nel crak Eurolat-Parmalat. Un’eventualità che avrebbe potuto spodestarlo dalla presidenza di Mediobanca, viste le stringenti norme bancarie in tema di requisiti di “onorabilità”.

Per le assicurazioni invece sarà il ministro Scajola a fissare tali criteri, ma guarda caso non prima di giugno, ossia dopo l’incoronazione di Cesare all’assemblea del Leone del 24 aprile prossimo. E anche qualora la legge dovesse stringere le maglie sui criteri, non avrà comunque effetti retroattivi. Anche perché il governo ha bisogno di un collegamento stabile con una delle maggiori cassaforti del paese, in vista delle “grandi opere”.

Pochi tuttavia hanno messo in luce il problema di fondo, tra i quali Repubblica. Ovvero l’enorme concentrazione di potere economico (e politico) che gravita intorno all’asse Mediobanca-Generali. Da vent’anni le stesse aziende e le stesse persone si spartiscono immense risorse. Lo spiegava l’Antitrust nel gennaio 2009: il 93% del settore assicurativo registra legami personali con altre imprese finanziarie. I signori Galateri di Genola, Caltagirone, Della Valle, Del Vecchio, Nagel, Ligresti, Tronchetti Provera, Benetton e la signora Marina Berlusconi, solo per fare qualche nome tra i consiglieri di Generali e Mediobanca, siedono nei consigli di amministrazione di decine di altre società, spesso intrecciate sul piano azionario. E in gioco non è solo la concorrenza: in un paese dove i due terzi del mercato sono appannaggio di una decina di gruppi viene intaccato il concetto stesso di democrazia.

Quindici o venti società hanno messo le mani – direttamente o indirettamente – su una ricchezza difficile perfino da calcolare, inimmaginabile prima dell’avvento del sistema “bancocentrico”. So che mi sto avventurando su un tema fuori moda, ma non è un segreto che la spartizione del potere e delle risorse continui ad essere il principio guida della finanza che conta. E non vedo cos’altro. I cambi di poltrone servono semmai a consolidare l’equilibrio raggiunto. Solo i più noti gruppi finanziari della galassia in questione, ossia Generali, Mediobanca, Unicredit, Intesa Sanpaolo, Fondiaria Sai, Mediolanum e Mps, intrecciati tra loro in vario modo, gestiscono investimenti per 2.360 miliardi di euro, una cifra maggiore del Pil italiano (a quota 1.500 miliardi). Senza contare i gruppi industriali e immobiliari.

A gestire queste risorse – frutto dei risparmi degli italiani che aprono conti correnti, acquistano polizze o fondi di investimento - sono un pugno di top manager. Forse 50 o 60 persone alle dipendenze dei grandi azionisti, che hanno voce in capitolo nelle strategie di investimento e fanno shopping sui mercati mondiali di azioni, obbligazioni, terreni, immobili e intere società, influenzando le politiche economiche degli stati e i processi di privatizzazione in corso. In Europa orientale, in America latina e in Cina, ad esempio, Generali si sta accaparrando pezzi di previdenza pubblica approfittando dello smantellamento dei sistemi di welfare. Mai tanto potere è stato concentrato nelle mani di un’elite, che nessuno ha eletto e che non risponde a nessuno, se non ai pochi grandi azionisti che li nominano. Non conoscono le “esternalità” delle loro strategie, ossia le ricadute sociali dei loro investimenti, ma solo il rendimento.

Da questi meccanismi nasce ciò che Luciano Gallino chiama l’impresa “irresponsabile” e gli esempi si sprecano, dal sostegno alla produzione di armamenti al finanziamento del nucleare – attraverso il massiccio sostegno finanziario di Unicredit-Intesa alla triade Eni-Enel-Finmeccanica – fino alle grandi opere insostenibili e alla cementificazione del territorio, per non parlare del sostegno sistematico all’evasione fiscale attraverso la fitta rete di filiali offshore. La galassia Mediobanca-Generali è anche questo e, a differenza del periodico balletto tra poltrone, ci riguarda tutti.


da finansol.it

L'imprenditore della libertà

E' dal 1994 che domina la scena politica nazionale. Le parole d'ordine sono impresa e libertà.

Il risultato? Per gli ostacoli e i vincoli legati a pressione fiscale, spesa pubblica, regolamentazione, qualita' delle norme, leggi sul lavoro, ''L'Italia e' il Paese meno libero di Europa dal punto di vista economico''. Emerge da una indagine di Confindustria.

''In Europa le nostre imprese - emerge dallo studio - in una scala da zero a cento godono di una liberta' pari a 35, ben sotto la media europea (57) e a distanza siderale dal Paese piu' libero, l'Irlanda (74)''.

L'Italia, tra le cinque aree prese in esame, e' sempre nelle ultime posizioni in graduatoria (con l'eccezione della ''liberta' del lavoro'') ed e' ultima per ''liberta' dal fisco'' e per ''liberta' dalla regolazione''.

Un bel lavoro, bravo...

L'arbitrio di Sacconi

E' uno che all'ultima celebrazione in memoria di Ezio Tarantelli è riuscito a far cadere sulla CGIL qualche velata accusa per il clima violento degli anni di piombo....

Niente male per un ex direttore della sezione italiana dell'Organizzazione internazionale del lavoro. Parliamo del ministro Sacconi, sì, proprio lui.

Quello che ora ha introdotto l'arbitrio nelle controversie di lavoro. C'è una i di troppo? Non so, leggete il bell'articolo di Andruccioli su sbilanciamoci.info e poi ne riparliamo...

Gli ispettori di Mr. Angie

Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, invia ispettori a Milano dopo le dichiarazioni del procuratore aggiunto di Milano, capo del pool specializzato in molestie e stupri, sui sacerdoti coinvolti in reati sessuali.

A questo punto, visto l'attivismo di Mr. Angelino, speriamo indichi pure ai suoi ispettori di verificare che venga aperto un fascicolo dalla magistratura sul presidente della pontificia accademia per la Vita, monsignor Fisichella, che ha mostrato il suo pubblico apprezzamento per le posizioni del neo governatore del Piemonte Roberto Cota, che all'indomani della sua elezione ha espresso l'intenzione di «mantenere la pillola nei magazzini», dunque di violare la legge.

L'apologia di reato merita gli ispettori almeno quanto il libero pensiero, Mr. Angie?

Come Obama

Fino a ieri sera si poteva ancora sperare che fosse un pesce d'aprile. Invece no.
Lo dicono sul serio: siccome va su Facebook, Berlusconi è un po' come Obama.
Dopo lo stupore iniziale ho capito.
Effettivamente similitudini tra grandi statisti, anche dal passato, ce ne sono.

Perchè, Benito Mussolini non era un po' come Franklin Delano Roosevelt?
Se avete dubbi pensate alla passione che avevano per l'altalena (il primo però a testa in giuù).

Adolf Hitlter e Charles De Gaulle erano molto simili.
Infatti entrambi amavano gli aerei (il primo per bombardare i civili).

Per finire, ma si potrebbe andare a lungo avanti, non resta che commuoversi al ricordo delle affinità tra John Fitzgerald Kennedy e Amintore Fanfani. Pare, infatti, che anche il più piccolo Presidente del Consiglio italiano della storia amasse Marilyn Monroe...